Parlare di inclusione è facile. Praticarla davvero, ogni giorno, è un altro discorso.
Nel lavoro quotidiano per promuovere una cultura della diversità — nelle aziende, nelle istituzioni, nella società — ci si scontra spesso con la resistenza al cambiamento.
Ma da dove nasce questa resistenza? E soprattutto, come possiamo affrontarla?
1. Il problema invisibile: “Qui non abbiamo questo problema”
Una delle difficoltà più diffuse è l’idea che il problema non ci riguardi.
“Non abbiamo discriminazioni qui”, “non c’è razzismo in azienda”, “le opportunità sono uguali per tutti”.
Spesso, chi è in una posizione privilegiata non si accorge delle barriere sistemiche che altri vivono ogni giorno. La resistenza inizia quando si chiede a chi non ha mai dovuto porsi certe domande… di iniziare a farsele.
2. Il timore del conflitto e della complessità
Promuovere la diversità significa scardinare abitudini consolidate, portare nuove voci al tavolo, accogliere punti di vista diversi. Questo può generare disorientamento.
Molti preferiscono evitare il cambiamento per paura di dire qualcosa di sbagliato, di entrare in terreni “delicati” o semplicemente di complicare processi già rodati.
Ma è proprio nella complessità che si cresce.
3. Il rischio della diversità come “checklist”
Un altro ostacolo è la tentazione di ridurre la diversità a un insieme di azioni da spuntare: assumere una certa percentuale di donne, fare un post per il Pride, creare un comitato DEI (Diversity, Equity & Inclusion).
Queste sono azioni importanti, ma non bastano.
La vera trasformazione richiede cambiamento culturale profondo, coerente, sostenuto nel tempo. E, spesso, scomodo.
4. Il peso del linguaggio
Anche le parole possono incontrare resistenza.
Adottare un linguaggio inclusivo, eliminare stereotipi, modificare le narrazioni consolidate significa, per molte persone, rinunciare a un modo di comunicare familiare.
Eppure, il linguaggio plasma la realtà. Cambiarlo è uno degli atti più potenti per rendere il cambiamento visibile e concreto.
Come si supera la resistenza?
- Con la formazione, non solo ai vertici ma in ogni livello dell’organizzazione.
- Con l’ascolto attivo, creando spazi dove tutte le voci possano emergere davvero.
- Con la coerenza, rendendo la diversità parte della strategia, non un’azione spot.
- Con il coraggio, accettando che il cambiamento non è comodo, ma necessario.
La diversità non è una casella da compilare. È un processo che trasforma.
Ma come ogni trasformazione autentica, inizia dove c’è resistenza.